Carlo Cafiero è stato
il più importante discepolo italiano di Bakunin nella
seconda metà dell'Ottocento.Originario della città di
Barletta, fu il primo divulgatore del Capitale di Marx
in Italia nel 1879, oltre che amico sincero dell'anarchico
russo per alcuni anni. Tra il 1871 e il 1872 Engels confidò
molto in Cafiero per contrapporre un vero socialista ai
seguaci di Bakunin che stavano spadroneggiando nel napoletano,
tanto che, descrivendo la situazione a Napoli, all'inizio del
1872, ad un suo corrispondente, sosteneva riferendosi a
Cafiero che,"vi erano tutti bakuninisti, e vi è soltanto uno,
fra loro, che è per lo meno di buona volontà, ed è con me in
corrispondenza". Cafiero non ha elaborato un pensiero organico
che, partendo da una visione complessiva della realtà, giunga
a proporre una riforma della società che sia in grado di porre
termine alle ingiustizie e ai soprusi di cui ci dà notizia la
storia. Per questo motivo, illustrando ad Engels il suo
atteggiamento politico-filosofico, non fu in grado di andare
al di là di una generica professione di razionalismo. "Per me,
non so se vi siate accorto, io non sono che un razionalista
materialista; ma il mio materialismo, socialismo,
rivoluzionarismo, anarchismo, e tutto ciò chelo sviluppo
continuo del pensiero ci potrà dare in avvenire e che sarà da
me razionalmente accettato, non possono essere per me che
delle modalità eminentemente soggettive allo sviluppo
razionale: sono e sarò razionalista, ecco tutto". Il suo
scritto più originale "Anarchia e comunismo" del 1880 parte
dalla convinzione che la rivoluzione sia una legge che regola
la storia dell'umanità e che rende possibile il progresso dei
popoli nel corso del tempo: "La rivoluzione è causa ed effetto
di ogni progresso umano, è la condizione di vita, la legge
naturale dell'umanità: arrestarla è un crimine; ristabilire il
suo corso è un dovere umano". Cafiero era convinto che la
società borghese dell'Ottocento fosse profondamente ammalata e
che per essa non vi fosse speranza di guarigione se non
attraverso una rivoluzione, della cui necessità il
proletariato cominciava a rendersi conto, come gli scioperi,
le manifestazioni di protesta e le rivolte sempre più
frequenti in tutti gli stati europei dimostravano
eloquentemente. La meta a cui bisogna tendere è la libertà,
che non può consistere nel semplice riconoscimento dei diritti
borghesi, incapaci di incidere sulle condizioni di vita dei
lavoratori e di soddisfare le loro esigenze più importanti; la
via a cui ricorrere per liberare l'umanità da ogni catena è la
rivoluzione violenta. Per questo motivo Cafiero è contrario al
socialismo ufficiale che persegue il proprio disegno nel
rispetto pieno della legalità, attraverso una via
evoluzionistica (l'attuazione graduale di una politica di
riforme a vantaggio del proletariato), e giudica il passaggio
di Andrea Costa nel 1881 dall'anarchismo al socialismo e
all'azione parlamentare un vero tradimento della causa del
proletariato. "Il nostro rifiuto di partecipare a ogni azione
parlamentare, legale e reazionaria,è la fiducia nella
rivoluzione violenta e anarchica, nella vera rivoluzione della
canaglia". Per Cafiero non c'è vera libertà senza
l'anarchismo, come non può esserci effettiva uguaglianza tra
gli uomini senza il comunismo. Infatti l'anarchia viene
concepita come la condizione del libero sviluppo sia
dell'individuo che della società e il comunismo viene
considerato come riappropriazione, da parte dell'umanità nel
suo complesso, di tutte le ricchezze della terra, delle quali
era stata espropriata ad opera di una minoranza. Il suo
pensiero, per il quale accetta le definizioni di collettivismo
e di comunismo, che considera sinonimi, ha sulla scia di
Bakunin, un orientamento nettamente anti-individualistico,
"non è tutto affermare che il comunismo è una cosa possibile;
possiamo affermare che è necessario. Non solo si può essere
comunisti; bisogna esserlo, a rischio di fallire lo scopo
della rivoluzione...una volta ci dicevamo "collettivisti" per
distinguerci dagli individualisti e dai comunisti autoritari,
ma in fondo eravamo semplicemente comunisti antiautoritari, e,
dicendoci "collettivisti" pensavamo di esprimere in questo
modo la nostra idea che tutto dev'essere messo in comune,
senza fare differenze tra gli strumenti e i materiali di
lavoro e i prodotti del lavoro collettivo...Non si può essere
anarchici senza essere comunisti...Dobbiamo essere comunisti,
perché nel comunismo realizzeremo la vera uguaglianza.
Dobbiamo essere comunisti
perché il popolo, che non afferra i sofismi collettivisti,
capisce perfettamente il comunismo...Dobbiamo essere
comunisti, perché siamo anarchici, perché l'anarchia e il
comunismo sono i due termini necessari della rivoluzione".
Cafiero è ottimista (di un
ottimismo che sconfina nell'utopia) nel valutare la società
che sorgerà nel futuro, dopo il successo della rivoluzione
anarchica: le ricchezze e i beni a disposizione degli uomini
per soddisfare i loro bisogni aumenteranno in quantità per noi
inimmaginabile, perché saranno il prodotto spontaneo di
lavoratori liberi, senza intermediari e privi di interessi
egoistici o speculativi.