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L' 8 settembre 1943 fu reso noto agli italiani
l'armistizio con gli angloamericani. Il paese precipitò in una
spaventosa confusione; non c'erano più ordini chiari né sicuri
punti di riferimento. I tedeschi, gli alleati di ieri che,
secondo un preciso piano avevano rafforzato le loro truppe in
Italia, diventarono il nemico da combattere. Nella notte del
10 settembre al Colonnello Francesco Grasso, che
comandava il Presidio Militare di Barletta, giunse il
fonogramma (O.P. 42): "Considerate le truppe germaniche come
nemiche". Egli organizzò la prima resistenza in Italia in
quelli che, altrove, furono "i giorni del disonore". I nostri
soldati combatterono, con grandissimo coraggio, sulle vie
d'accesso alla città, dove erano stati predisposti capisaldi,
una vera battaglia, prima contro reparti della divisione
corazzata Göering, poi contro un corpo speciale, la II
divisione paracadutisti, giunta in soccorso dei tedeschi che
non erano riusciti ad entrare nella città di Barletta.
Da Bari, nonostante la disperata richiesta di munizioni per
continuare a combattere, giunse solo un telegramma a mano che
chiedeva "un dettagliato rapporto". Giunsero gli Heinkel 111
per bombardare la città, i cannoni semoventi, truppe fresche
su quaranta autocarri: la sorte del comune di Barletta
era segnata, nonostante l'estrema disperata battaglia sull'Ofanto
(il ponte sul fiume non fu fatto saltare per ordine superiore,
nonostante quanto aveva disposto il colonnello Grasso.

Fu necessario,
il giorno 12, accettare la resa per evitare la distruzione
della città perentoriamente minacciata. Seguì una feroce
rappresaglia, anch'essa la prima in Italia. Furono massacrati,
oltre ai tanti soldati morti combattendo, donne, vecchi e
bambini. Il colonnello Francesco Grasso ferito e sanguinante,
fu caricato su una motocarrozzetta ed avviato in Polonia, dove
rimase prigioniero nei lager nazisti senza mai tradire il suo
profondo senso del dovere e dell'onore. Il grande fermento, in
realtà, corrispondeva, da un lato, allo smarrimento di gran
parte della popolazione civile e militare italiana.
Dall'altro, alla rabbia ed alla sete di vendetta dei tedeschi
traditi. Al momento dell'armistizio, a Barletta erano di
stanza oltre tremila ufficiali e soldati appartenenti al 15°
reggimento costiero ed ai reparti di fanteria, artiglieria, e
marina. L'incertezza e la confusione che segnarono le giornate
del 9 e 10 settembre, vennero spazzate via nelle prime ore
dell'11. Dal comando territoriale del IX Corpo d'Armata,
giunse un fonogramma che ordinava di "considerare le truppe
germaniche come truppe nemiche et agire di conseguenza". Le
parole del generale Caruso accesero la resistenza delle
milizie italiane, che durante tutta la mattinata dell'11
settembre, lottarono strenuamente per impedire ai tedeschi
d'impadronirsi del Deposito misto Egeo. Mentre attorno alla
città si verificavano questi scontri, all'interno
dell'abitato, iniziava il dramma che avrebbe determinato il
massacro del giorno seguente. Due motocarrozzette porta ordini
tedesche, caddero in un'imboscata, nei pressi di Piazza Roma.

Due soldati nemici furono assassinati. Il giorno seguente la
reazione tedesca fu incontenibile. Con violenza spietata,
colpendo senza il minimo scrupolo obiettivi civili e militari,
le truppe nemiche piegarono la resistenza della città. I
tedeschi entrarono a Barletta con 400 uomini della divisione "Goering"
ed un reparto di SS, guidate dal capitano Brunn. Bisognava
riportare ordine e per farlo occorreva un esempio. Un manipolo
di soldati tedeschi fu incaricato di scovare i responsabili
della morte dei due di Piazza Roma. In tre si recarono presso
l'Ufficio Centrale dei Vigili, in Via Vecchia Cappuccini n. 2,
oggi Renato Coletta, probabilmente convinti che lì qualcuno
conoscesse i nomi di colpevoli. Il maresciallo dei vigili,
Francesco Capuano, prima che i tre tedeschi facessero il loro
ingresso, ordinò ai suoi uomini di liberarsi delle pistole di
ordinanza per evitare qualsiasi rappresaglia.

Gli undici
vigili e due netturbini presenti, furono fatti uscire. I
soldati tedeschi li condussero verso il monumento dei caduti.
Lì erano presenti altri soldati che bloccavano ogni via
d'accesso. La tensione di quei momenti fu rotta dalle urla
rabbiose di un ufficiale tedesco, ferito ad una mano da un
cecchino. Dopo aver bisbigliato qualcosa ai suoi, gli undici
vigili e due netturbini furono fatti disporre lungo il lato
sinistro dell'Ufficio Postale. In quel momento il disegno di
vendetta dei tedeschi apparve chiaro. Stavano per essere
fucilati. Venne scattata la foto documentale, quindi fu
sparata la prima raffica di colpi. Feriti in modo più o meno
grave, i tredici martiri, si strinsero l'uno all'altro per
cercare una futile protezione. La seconda raffica di colpi,
però, non lasciò nessun superstite. Almeno in apparenza. Sotto
il cumulo di cadaveri, infatti, il giovane vigile urbano
aggiunto Francesco Paolo Falconetti, era ancora vivo.
Ad
accorgersene fu una donna, Addolorata Sardella, che aiutata da
altre persone riuscì a portare al sicuro il ferito. L'episodio
di Barletta fu rivelatore del torbido progetto di vendetta che
i tedeschi misero in atto, nel nostro Paese, subito dopo
l'armistizio. Un evento che le milizie germaniche avevano
paventato negli ultimi mesi di guerra e contro il quale si
stavano da tempo preparando.
I segni di
quell'infausto giorno sono ancora visibili, nel muro sinistro
dell'Ufficio Postale. I buchi lasciati dai proiettili, non
sono mai stati ricoperti in perenne ricordo di quel tragico
avvenimento. Nulla di eroico vi fu in quella morte, ma solo la
bieca celebrazione di un sadico rito chiamato guerra.
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